venerdì 15 dicembre 2017

Giorgione artista della pittura tonale



Giorgio da Castelfranco detto anche Zorzi come in molti lo chiamavano all'epoca nel dialetto veneto è stato uno dei grandi maestri della pittura italiana vissuto tra la fine del Quattrocento e l'inizio del Cinquecento. Tutti noi però lo ammiriamo e lo conosciamo soprattutto col suo celebre nomignolo ovvero quello di Giorgione il maestro della pittura tonale nel Rinascimento.


Giorgione autoritratto come David



Giorgione è nato a Castelfranco Veneto all'incirca tra il 1477 e il 1478 e anche se ha vissuto una vita molto breve ma sicuramente intensa, morirà infatti di peste a soli 32 anni circa nel 1510 ci ha lasciato dei meravigliosi capolavori e delle opere di pittura che influenzeranno in futuro numerosi artisti diventati celebri come per esempio il Tiziano. Il Giorgione partendo da alcune idee e da qualche nuova intuizioni di altri artisti come il Giambellino e il Carpaccio e ammirando di questi anche alcune opere arriverà a sviluppare una sua personale “maniera” di creare arte attraverso la pittura. A questo nuovo stile pittorico gli esperti daranno il nome di pittura tonale. Prende il nome di pittura tonale perché il Giorgione intuisce che attraverso i colori a olio usati con maestria insieme ai loro molteplici toni si poteva trasmettere un nuovo modo espressivo nelle opere del tutto autonomo. Un arte espressa dal Giorgione attraverso una sottilissima modulazione nei rapporti luminosi e cromatici e di quelli tra figure e elementi del paesaggio che riescono a trasmettere dei significati profondi, indicando magari il mutevole equilibrio che esiste tra l'uomo e la natura.

Il grande biografo degli artisti Giorgio Vasari scriveva del Giorgione “...venuto poi l'anno 1507, Giorgione cominciò a dare alle sue opere più morbidezza e maggiore rilievo... senza far disegno, tenendo per fermo che il dipingere solo con i colori stessi... fusse il vero e miglior modo si fare il vero disegno. E ancora Marco Boschini scrive del Giorgione nel libro Le ricche miniere della pittura veneziana del 1664, “nel colorito trovò quell'impasto di pennello così morbido che nel tempo addietro non fu; e bisogna confessare che quelle sue pennellate sono tanta carne mista col sangue”. Questa pittura a macchie intrisa di tinte crude e dolci gli permise di sfumare i contorni e di rendere più veritiera la rappresentazione della natura con i suoi elementi. Qui sotto vediamo uno dei suoi celebri capolavori conosciuto come I tre filosofi di Giorgione.


Giorgione opera I tre filosofi



Per questo il Giorgione è giustamente oggi considerato il capostipite della Scuola veneziana senza nulla togliere agli altri grandi capolavori e artisti venuti poco prima che ancora avevano qualche influenza dell'arte Bizantina o Gotica.

Non sono molte le opere del Giorgione arrivate sino a noi. Infatti si pensa che siano circa una dozzina fino ad ora quelle conosciute dagli esperti eppure queste opere sono sufficienti a testimoniare quanto fosse grande il genio e il talento di questo artista che riuscì a rivoluzionare il mondo della pittura durante il Rinascimento italiano. Giorgione si formò presso la bottega del maestro Giovanni Bellini e forse anche in quella del Carpaccio. Da li in poi iniziò a maturare l'idea di dare forza ai colori, di variare i vari toni per usarli come mezzo espressivo. Il colore nelle sue opere non svolge più soltanto una semplice funzione simbolica o decorativa. Il suo colore partecipa alla costruzione dell'immagine e delle scene da lui pensate. Quasi tutti i dipinti conosciuti del Giorgione risalgono al periodo che va dagli anni 1503 e sino alla sua morte nel 1510. le prime opere come La Giuditta o la Pala di Castelfranco riflettono un Giorgione alle prese con i primi esperimenti, alla ricerca di qualcosa di nuovo ma è soltanto dal 1506 in poi che troviamo i suoi più grandi capolavori della pittura che ancora oggi non sono stati del tutto decifrati dagli esperti di arte lasciandoci un alone di mistero intorno a loro. Tra questi abbiamo la celeberrima Tempesta che vediamo sotto, I tre filosofi che vediamo sopra o la meravigliosa Venere. Abbiamo anche un famoso autoritratto realizzato intorno al 1507 che si ritrae come fosse il David che vediamo su in alto.

Il celebre capolavoro La tempesta del Giorgione tra cenni di storia e ipotesi.


La tempesta opera di Giorgione



L’opera intitolata La tempesta è sicuramente uno dei simboli del “mistero Giorgione” di cui dicevano sopra. Questo dipinto è stato realizzato con la tecnica dei colori ad olio stesi magistralmente su una tela di dimensioni di 82 per 73 centimetri circa. Anche la datazione non è certa, si pensa comunque che sia stata realizzata nel periodo che va dal 1505 al 1508, quindi comunque negli ultimi anni di vita dell’artista. L’opera è conservata presso le Gallerie dell’Accademia nella bellissima città di Venezia dove chiunque può andare ad ammirarla.

Le ipotesi sulla lettura e sulle vere interpretazioni del dipinto della tempesta sono numerosi e ancora si dibatte molto su questo. Non si sa esattamente cosa il Giorgione volesse trasmetterci attraverso quest'opera. Si pensa quasi certamente che l'artista abbia voluto omaggiare con la sua arte il grande rispetto che aveva verso la Natura con tutta la sua magia, ma portatrice anche di una forza immensa che a volte ha un potere distruttivo, quindi anche drammatico.

Nel 1530 La tempesta viene citata da un certo Marcantonio Michiel, un noto collezionista d’arte dell’epoca che sembra la vide a casa di un tale Gabriel Vendramin che gli esperti indicano come colui che volle realizzato il quadro. Il Michiel scrive infatti di un quadro in tela raffigurante un piccolo paese durante una tempesta e con una “cigana” cioè una zingara dal dialetto veneto e un soldato. Scrive che fu realizzato per mano del “zorzi” de Castelfranco. Fu poi anche descritta dal celebre e storico biografo degli artisti cioè il Vasari.

Guardando La tempesta possiamo vedere in primo piano una donna sulla destra seduta che sembra allattare un bambino. La donna è quasi nuda ed è seduta sembra sul suo vestito con indosso una sorta di mantellina. Molti la indicano appunto come “la cigana” cioè una misera zingara. Nella parte sinistra del quadro sempre in primo piano vediamo un sorta di soldato vestito come un Lanzichenecco che tiene una lancia che sembra fare la guardia a qualcosa o a qualcuno. Tra i due personaggi sembra che non ci sia intesa o almeno non vi è un dialogo visivo. Alle spalle del soldato vi sono delle antiche rovine. Sullo sfondo si vede un fiume attraversato da un ponte che unisce le sponde di una cittadina mentre sulla tettoia di una casa si vede un uccello bianco. Il cielo con le sue nuvole grigie fa presagire la tempesta che sta per abbattersi sulla città. Un fulmine sembra annunciare l’arrivo della stessa.

Alcuni spunti tratti dal sito Wikipedia.

Da un punto di vista stilistico in quest’opera Giorgione rinunciò alla minuzia descrittiva dei primi dipinti come la Prova di Mosè o il Giudizio di Salomone che si trovano agli Uffizi, per arrivare a un impasto cromatico più ricco e sfumato, memore della prospettiva aerea leonardiana (verosimilmente mutuata dalle opere dei leonardeschi a Venezia) ma anche delle suggestioni nordiche della scuola danubiana. La straordinaria tessitura luminosa è leggibile ad esempio nella paziente tessitura del fogliame degli alberi e del loro contrasto con lo sfondo scuro delle nubi.

Alcune ipotesi interpretative.

Numerose sono le ipotesi che si sono fatte sul significato della Tempesta di Giorgione. Da episodi biblici come il ritrovamento di Mosè a quelli mitologici come Giove ed Io o ancora a quelli allegorici, per esempio Fortuna, Fortezza e Carità.

Le possibili interpretazioni sono molte, basate sulla lettura di episodi biblici, dottrine filosofiche ma nessuna di queste al momento sembra abbastanza soddisfacente. Ad esempio le interpretazioni basate sulla dualità uomo-donna, città-ambiente naturale hanno perso consistenza da quando è stato appurato attraverso dei raggi x che al posto dell’uomo era raffigurata una donna nuda.

Per esempio si riportano quattro letture differenti date da altrettanti studiosi del XX secolo su quest’opera:

Edgard Wind sostenne che la Tempesta sia un grande collage dove la figura maschile rappresenterebbe un soldato, simbolo di forza mentre la figura femminile andrebbe letta come la Carità, dato che nella tradizione romana la carità era rappresentata da una donna che allatta. Forza e carità dovrebbero quindi convivere con i rovesci della natura cioè il fulmine.

Gustav Friedrich Hartlaub ipotizzò invece che l’opera potesse avere significati alchemici come la trasformazione del vile metallo in oro per la presenza dei quattro elementi che sono terra, fuoco, acqua e aria.

Maurizio Calvesi pensò ad un’unione tra il cielo e la terra legata alle teorie neoplatoniche.

Salvatore Settis, trovando invece un precedente in un rilievo dell’Amadeo sulla facciata della Cappella Colleoni (Condanna divina e destino dei progenitori dopo il Peccato originale) ritenne che le figure si potessero interpretare come Adamo ed Eva dopo la cacciata dal Paradiso. Il fulmine equivarrebbe alla spada fiammeggiante dell’angelo. La tempesta diverrebbe così una metafora della condizione umana dopo il peccato, alla luce della dottrina cristiana.

Al di là di qualsiasi lettura iconografia resta però lo straordinario senso per la natura che forse mai prima aveva trovato un così esplicito ruolo da protagonista.


1 commento:

Gerald Blanco ha detto...

"Affordable Art Fair" È una mostra internazionale che si terrà a Milano da questo 26 gennaio fino al 28 gennaio, saranno due giorni in cui artisti provenienti da diverse parti del mondo come Abdelkader Benchamma, Doro Balaguer, Eduardo Naranjo, Lita Cabellut e Gabino Amaya Cacho, saranno più di 300 artisti che presenteranno le loro opere al pubblico. Maggiori informazioni sul sito ufficiale della mostra, questa edizione si terrà presto a Parigi e Bruxelles.